Oblomov, acrilico e pastello su carta intelata, 59 x 50 cm, 2016
Collezione dell’artista, Milano

 

Il mio lavoro: autopresentazione (29 maggio 2017)

 

Sono Jean Córdova pseudonimo di Giancarlo Orecchioni nato a Tempio Pausania, in Sardegna, nel cuore dell’alta Gallura, il 29 novembre 1978.
Ho cominciato a disegnare in età molto giovane: i miei primi maestri furono mio padre e l’esperienza intuitiva. Dell’inizio ho un ricordo molto vago; in seguito ho spesse volte osservato mio padre realizzare ritratti in sabbia lungo la battigia, i quali duravano il tempo di una notte o di una mareggiata, lasciando comunque dentro di me un rilevante e vitale ricordo. Risultò fondamentale l’importante presenza del vuoto intorno che le sculture in sabbia lasciavano.
Dai quattordici fino ai diciassette anni ho iniziato a copiare ad olio, acquerello e matita opere del passato: Vermeer, Caravaggio ed altri. Disegnavo di continuo, realizzando ritratti a familiari, amici o semplici conoscenti.
Successivamente decisi di continuare gli studi lasciando che la scultura fosse la mia prima occupazione. Durante gli anni trascorsi a Carrara, tra le aule dell’Accademia e un piccolo studio condiviso con altri compagni di viaggio, ho continuato a realizzare ritratti e figure principalmente in terracotta e in gesso. In questi anni ho conosciuto e frequentato molti artisti italiani e internazionali, tra i quali lo scultore Christian Bolt; l’artista svizzero è stato molto importante per la mia formazione, oltreché artistica anche umana.
Dal 2003 è la pittura che è diventata parte integrante della mia espressione e del mio lavoro. Quello che ha determinato pienamente il cambiamento è stato in primis l’aver spinto il gesto oltre l’aspetto esteriore, oltre la forma che cerca di stabilizzare o meglio fissare l’immagine in un involucro che a sua volta la determina. Ed è proprio per questo che neutralizzando la superficie, quindi l’aspetto esteriore della pittura, ho concentrato il gesto focalizzandomi soprattutto dove le tensioni del corpo avevano la meglio: ossia scarnificando la parte centrale della figura umana, il ventre e il torace, i quali divenivano i principali testimoni delle tensioni esterne, subissandoli.
Questa parte del corpo, ormai spolpata e in parte frantumata – irriconoscibile perché squarciata – lasciava intravedere, attraverso l’immagine, solo parti della gabbia toracica esplosa, ma ancora contenuta per via della testa presente, sede del pensiero.
Continuai su questa strada fino al giorno in cui l’immagine che avevo privato della carne e della pelle mutò: qui mi sbarazzai definitivamente del modello e incominciai a realizzare a memoria il dipinto, concentrandomi solo sul torace. Da questo momento la forma cominciava a perdere l’impianto iniziale per diventare, col passare del tempo, sempre più astratta. In quel periodo mi aiutò molto leggere testi poetici e di filosofia, e in particolare la Teoria estetica (Ästhetische Theorie) di Adorno, The Plasmic Image e The Sublime is Now di Barnett Newman, Inchiesta sul bello e il Sublime di Edmund Burke e molti altri, in particolare i presocratici. Leggere il primo autore mi sbrigliò da questioni ardue e difficili, come rappresentare il contenuto di verità partendo dall’interno, tralasciando così le singole datità sensibili; il secondo mi fece capire che la pittura deve essere materia celebrale al servizio delle menti e non al servizio del suo stesso mezzo, cioè solo esclusivamente interessata alla natura estetica della figura o della sola forma. Da quel momento capii che la verità in un’opera si dovesse ricercare attraverso una forma: una intesa come segno e un’altra intesa come idea, comunque complementari, ma libere dal solo piacere estetico: poiché smaterializzarle avrebbe lasciato l’opera priva di strati di contenuto.
Per questo motivo il mio lavoro è proceduto lasciando entrare nei dipinti parti reali, ma filtrati e a volte occultati per mezzo di piccoli segni, linee, stati gassosi o nebulosi, frammenti di realtà, punti, macchie, ossia libere associazioni di strutture che col tempo mutavano trasformandosi in altro. Dipinti dal titolo Architettura/Natura, Architettura + Nuvole, Architettura + Nuvole + Acqua, Labirinti, Labirinti + Nuvole, Spazio tra due case, Peack Ground Velocity, Hypér, Fragmenta, Natura Naturans, Aegritudo, Come vaganti e infine Oblòmov sono la personale testimonianza di come la forma e il pensiero si possano diluire in un mondo oggettivamente sbrandellato, scheggiato e frammentato in ogni lato della propria esistenza.  A l’artista spetta così il compito di ricomporre, sempre con analisi critica, l’immagine percepita del mondo, attraverso una pittura ridotta quasi all’osso senza eccessive scaltrezze e libera da semplicistiche deformazioni.
Il pittore insomma deve far percepire, all’osservatore sensibile, lo spirito oggettivo e tangibile dell’epoca in cui viviamo attraverso il movimento interno delle proprie opere: cosicché lo spettatore, interagendo con l’opera, possa prendere il largo trasformandosi nel personaggio di Ishmael di Melville, o come un argonauta alla ricerca del suo vello d’oro.
Per quanto riguarda la presenza quasi costante dei non-colori, come ad esempio le varie forme nere e grigie, queste mi son servite per non far collassare l’immagine nell’immagine stessa. Le forme nere e grigie, essendo struttura preponderante, divengono così parte integrante dell’immagine e dell’impianto finale, ed infine le diverse masse-luce-colore, strutture essenziali del dipinto, aiutano le strutture-architetture nere e grigie ad inserirsi pienamente nel particolare contesto.
Nel 2010 l’incontro con il pittore italiano Claudio Olivieri, importante esponente del movimento della Pittura Analitica, mi fece capire che anche il vuoto è forma: la stessa che cercavo di far emergere dal vuoto stesso. Tuttavia senza consumare la pittura in un’immagine totalmente monocroma, che a mio parere avrebbe potuto ostacolarmi.
Attualmente, mediante forma-pensiero o forma-idea, cerco di afferrare quel vuoto: vuoto che si materializza attraverso il vuoto stesso come forma e come linguaggio idoneo ad esprimere, attraverso una sensibile e silenziosa contemplazione, l’aspetto più sublime della vita. Un vuoto che tramite l’immagine possa oltrepassare così la sua vera e reale natura. Oggi cerco l’origine, il principio, l’archè nell’Arte: ossia quella sublime e atemporale dimensione che stimola e concretizza la mia ricerca; al di fuori delle numerose, attuali, banali, omologate e volgari realtà, quelle che – celebrando soltanto le proprietà formali-ornamentali, sensuali e superficiali plastiche del mezzo – tralasciano e ignorano il vero significato rappresentativo dell’opera: il suo messaggio spirituale.
Sono nato in un’isola: questo, certamente, ha influito e ancora influirà su di me, e sulle mie personali ricerche pittoriche e scultoree.
Su di un’isola ci si sente al riparo e come l’arte che è donna ti accoglie e ti protegge dalle enormi distanze della realtà, le stesse che cerco di esorcizzare attraverso il più semplice gesto.

 

 

 

Copyright 2018 © Jean Córdova + ZAUM
– Tutti i diritti riservati –