L’arte astratta: l’errore che spazza il luogo comune

Jean Córdova

 

L’arte astratta è l’evidente parossismo al di là dello scenario reale della materia. Qui il limite del visibile e del tangibile, alterando il mondo sensibile, diviene l’incipit per un nuovo contenuto spirituale e per un nuovo soggetto. Lo specchio ricurvo, nel quale si riflette quel limite, è l’immagine che oltrepassa l’aspetto esteriore del reale.

È proprio in questo luogo, inizialmente apparente, che – rovesciando le fenomeniche e mortali architetture della Natura – cerco di afferrare l’ignoto, l’inatteso, lo spazio vuoto che sempre mi circonda: ossia, una dimensione fuggevole che, attraverso la costruzione di nuove forme, nuove linee e nuovi colori – diventando a loro volta spazi e inedite distanze – mi permette, a volte, di rendere visibile allo sguardo la parte invisibile della vita riflessa: un luogo nel quale nulla è più comparabile alla realtà conosciuta; un luogo inconoscibile, nel quale l’essenza primaria – cioè l’origine del tutto, quel Cháos dei primordi – è rivelata, trascendentalmente, oltre la soglia del visibile e del mondo cartesiano.

Qui la sublimazione e la spiritualizzazione, dilatandosi dall’invisibile al visibile e facendosi immanenti nella realtà, oltre il suo limite, divengono così la reazione a tale limite. Un limite, o meglio un confine, che – contemplando queste nuove e inedite realtà – consente all’artista di scandagliare, investigare e successivamente utilizzare – attraverso una nuova visione – quelle stesse dimensioni incorporee e impercettibili – dell’inesplorato e nell’inesplorato – oltre il suo stesso confine.

Se dovessi fare un esempio concreto, oltre l’aspetto gnoseologico, o meglio filosofico-concettuale, sopra descritto, penserei certamente alla dimensione potente e spiazzante del vento. L’elemento naturale vento, impercettibile, improvviso e in origine invisibile ai nostri occhi, diviene, oltre il limite di una calma e afosa giornata di scirocco, l’attore principale e impetuoso che inaspettatamente, conquistando i vuoti e le distanze, riesce a mutare il precedente volto della realtà. La linea oltre limite, la parte ignota della Natura, diviene per me l’immagine astratta del precedente ritaglio di realtà; è qui che la mutabilità della Natura diventa reazione e quindi astrazione.

L’arte astratta è reazione al mondo sensibile che sempre ci circonda, una sferzata improvvisa che ridisegna le consuetudini della realtà umana. Certo non sempre questo avviene senza difficoltà, senza ostacoli, senza errori, i quali – fondamentali per l’artista –  diventano le tracce integranti del pensiero e del lavoro. Quest’ultimi (gli errori), scaturiti dall’azione improvvisa del gesto e del pensiero umano, diventano per l’artista un materiale non meno importante della stessa reazione. L’arte astratta non è quindi la perfetta forma del nuovo orizzonte ma solo la reazione al limite della realtà che senza sosta ci accerchia e ci assedia. Essa è quindi l’errore che – come il vento – insinuandosi all’improvviso, vorticosamente, nei dedali della realtà, muta il precedente aspetto del mondo reale, quello della consuetudine.

L’arte astratta è l’inaspettato errore che spazza il luogo comune – tracciato e nuovo solco – oltre l’abitudine e la convenzione, oltre il tempo materiale, oltre la morte. È qui che l’artista o meglio il pensatore libero e puro – libero da schemi precostituiti, dogmatici e pragmatici, votati a difendere un onnivoro meccanismo sistemico globale desertificante – dona, come liberatore, al mondo umano e alla sua immensa e profonda psyché (anima), attraverso la sua arte, l’immagine più avulsa, spirituale e celata che la natura possegga.

 


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